Aelle Il Punto - Cooperativa Sociale Onlus
 Migrazione e Salute Mentale
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Migrazione e Salute Mentale

 

“There is a crack in everything, that's how the light gets in"

Leonard Cohen

“A violência nos deixou loucos, lutar vai nos curar”

Antigone in Amazzonia


Il filo rosso che sottende, in maniera più o meno esplicita, la totalità degli interventi è forse rintracciabile nell’esercizio di scomposizione delle multidimensionalità che costituiscono il prisma sfaccettato (enigmatico e mai del tutto limpido – come non lo è mai il reale, al di là di ogni tentativo di classificazione scientifica) della sofferenza. Esercizio preliminare (e irrequieto) inderogabile: provare a tracciare le genealogie e le cartografie della sofferenza e dell’alienazione (Beneduce) per chi voglia tentare di delineare (e immaginare) itinerari di cura.

Attraverso l’articolarsi degli interventi, in forma dialogica e interattiva con le studentesse e gli studenti, intento dei seminari stava nel proporre prospettive e approcci al polo sofferenza-cura in ottica il più possibile aperta e interdisciplinare, specialmente – ma non solo - per ciò che riguarda l’interazione dei saperi “psi” con quelli dell’antropologia e della mediazione culturale. Ciò, portando entro le aule di un’università materiali di riflessione che non derivano solamente da speculazioni teoriche, ma dalla fusione e dal reciproco alimentarsi di queste con le pratiche empiriche che si fanno (si disfano e si rifanno…) all’interno di quelli che sono veri e propri laboratori: Progetto Kairos, Progetto Ishtar e Nodo Sankara. L’impostazione di questi progetti gestiti dalla Aelle il Punto  è volta allo sviluppo di un’attività di supporto psico-sociale in chiave complessiva, che prevede anche il sostegno legale, nelle pratiche burocratiche, negli accompagnamenti sanitari e così via, in direzione del rispetto della “persona intera” (e della sua storia), e in senso contrario allo “spezzettamento” riduzionista operato spesso dai servizi dei regimi umanitari (Fassin)

Nell’esercizio, mai-finito, di scomposizione (e moltiplicazione) delle dimensioni della sofferenza, il contributo dell’antropologia (/critica) ci tiene lontani da pericolosi culturalismi depoliticizzanti: ci ricorda che ogni segno (sintomo, o costellazione di essi), è da esplorare non solo nel suo dato culturale, dunque in merito a “rapporti di senso”, ma anche, inscindibilmente, in relazione a “rapporti di forza” (Augè). Sicuramente i primi tre seminari, nel rimando continuo tra teoria e prassi, si addensano attorno a questo nodo: pensare le forme di sofferenza non solo entro gli orizzonti culturali che le plasmano (operazione cruciale), ma entro uno scenario storico-politico. Nel caso dei processi migratori ciò vuol dire dis-disvedere (Consigliere) i segni profondi di violenze socialmente strutturate e disuguaglianze che si perpetuano da secoli, che mettono radici nella storia coloniale perdurando nell’oggi. Parlare della violenza dei confini - riprodotti ben oltre quelli della frontiera nazionale: attraverso spazi di confinamento e coercizione, attraverso dispositivi burocratico-legali di selezione e gerarchizzazione, attraverso meccanismi di feroce abbandono istituzionale e così via - diviene allora essenziale alla configurazione delle forme di sofferenza e parte integrante e cogente del processo di cura.

“Come si può curare se con l’altra mano si opprime?” È la domanda di Fanon che riecheggia nell’oggi.  È la domanda che i “tecnici della cura” (o chi studia per diventarlo), le operatrici e gli operatori che con posizioni diverse stanno però dentro allo stesso tempo storico e al medesimo spazio sociale delle persone migranti, non possono non affrontare. Il portato soggettivo (= politico), spesso conflittuale, della persona che si trova ad operare in questo campo è tema aperto. Così come aperte sono innumerevoli questioni - a cui non si dà soluzione definitiva: piuttosto lo sforzo sta esattamente nell’adottare una postura inquieta, di ricerca continua, che metta in atto una pratica etnopsichitrica tale da tenere sempre conto dei legami sociali, individuali e istituzionali che modellano la vita delle persone; che sia auto-riflessiva e che lavori, dunque, non solo sul piano individuale ma anche su quello sociale e politico.

Anche l’intervento di Roberto Bertolino, pur andandosi ad occupare di vocabolari mistici e magici, non smette di porci la domanda: “Come curare senza colonizzare l’Altro?”      
È un interrogativo dirimente per chi si occupa di salute e migrazione, ci impone un ripensamento radicale di quelle che sono le categorie diagnostiche (ma anche giuridiche, amministrative, ecc.) storicamente prodotte dal nostro sistema socio-culturale, uno tra i tanti – e dei loro effetti concreti. Non smette di ricordarci che l’etnopsichiatria si situa in una storia e in una geografia.

Nell’atto di decentramento dello sguardo, di deposizione della “boria” culturale direbbe de Martino, sta la possibile premessa all’incontro con “l’Altro”. Oltre ad aprire la possibilità a spiragli relazionali (questi possono darsi nella vulnerabilità, se intesa come apertura), può consentire di dischiudere fertili crepe ermeneutiche rispetto a come “gli Altri” rappresentano e significano la loro sofferenza, spesso a cavallo tra più mondi socio-culturali (o frammenti di essi, dato il percorso migratorio), dove il sintomo può essere anche forma di resistenza.

“Prendere gli Altri sul serio”, direbbe Stefania Consigliere, nelle loro scandalose (de Martino) cosmogonie, concezioni sul corpo e sul mondo: nei loro saperi (e saper-fare); “non decidere a priori cos’è possibile” (Bertolino), sono i passi necessari ad avviare quel processo operativo di mediazione (reciprocamente) trasformativa  e costruzione di qualcosa di nuovo…

Si è utilizzato in incipit il verbo immaginare. Con questo vogliamo anche concludere, riallacciando un nesso emerso dai seminari: è anche nell’atto politico di allenamento del pensiero alla molteplicità dei mondi (Consigliere), al rapporto con il preindividuale e con l’invisibile; nell’immaginare, insieme, nuovi sociali possibili, che può risiedere il percorso di cura.