quifabene

 

Questo numero monografico dei quaderni di ricerca della coop sociale Aelle il Punto è dedicato ai bisogni di cura dei rifugiati vittime di violenze, torture ed esperienze traumatiche ed alle risposte che il sistema d’accoglienza e la rete dei servizi mettono in campo. Un excursus inevitabilmente parziale e non esaustivo, frutto principalmente della trama di relazioni intessute negli anni di lavoro in questo ambito con colleghi ed amici collocati in alcuni nodi importanti della rete che, a nostro avviso, esprimono modalità e strategie d’intervento interessanti ed efficaci.

 

 

 

 

Qui fa bene - tratto da cronachediordinariorazzismo.org

Qui fa bene: è il titolo del numero monografico dei quaderni di ricerca realizzati dalla cooperativa sociale Aelle il Punto, dedicato ai bisogni di cura dei rifugiati vittime di violenze, torture ed esperienze traumatiche, e alle risposte che il sistema d’accoglienza e la rete dei servizi mettono in campo. Qui fa bene: dove Qui sta per Kairos, progetto pilota – inserito nel sistema Sprar – nato nel 2009 con l’obiettivo di verificare la fattibilità della presa in carico, da parte dello Sprar, dei rifugiati e richiedenti asilo che manifestano livelli di malessere psichico non più gestibili nelle strutture d’accoglienza ordinarie.

Un progetto unico sul territorio romano, che ai numeri enormi e agli spazi deumanizzanti dei CARA preferisce un lavoro di prossimità, di ascolto, di confronto e costruzione. Su numeri piccoli, in contesti urbani di socialità. Perché è l’incontro, la conoscenza reciproca, in una parola i rapporti umani, a fare la differenza. “Più il tabaccaio, la cassiera del supermercato, i vicini di casa li riconoscono e interagiscono con loro più loro stanno meglio e interagiscono con maggior serenità suscitando così attenzioni e simpatia in un circolo virtuoso che è una delle condizioni fondamentali di qualunque progetto di riabilitazione. Nulla di nuovo, in realtà. Nel campo della riabilitazione in salute mentale queste esperienze e queste strategie inclusive sono ormai consolidate. [..] Il primo atto terapeutico che s’impone è la restituzione della singolarità della persona. E’ esso, il progetto, il servizio, che deve sapersi adattare ai bisogni dei pazienti e non viceversa”, scrive Luciano Rondine, responsabile del Progetto Kairos e del Centro Zurla e coordinatore del settore immigrazione, asilo e inclusione sociale della coop Aelle il Punto onlus, ricordando i primi passi mossi dal progetto.

Nulla di nuovo, già. “Ma nel campo dell’accoglienza agli immigrati ed ai rifugiati siamo ancora qualche passo indietro. Perlomeno nelle aree metropolitane, certamente nella città di Roma. I luoghi dell’accoglienza – prosegue Rondine – sono dislocati per la quasi totalità nelle estreme periferie, come un tempo i manicomi. Centri che ospitano decine e centinaia di persone, di tutte le nazionalità, lontani dal centro cittadino, in zone mal collegate e già sature di contraddizioni e problematiche sociali”. Luoghi in cui “il processo di disindividualizzazione che i migranti subiscono è parte costitutiva dei dispositivi di gestione e controllo delle aree di maggior criticità, luoghi concentrazionari dove la persona è alienata dall’insieme delle procedure standardizzate e finalizzate a classificare, regolamentare, diagnosticare”.

“Crediamo sia dirimente interrogare il nostro operare chiedendoci ad ogni passaggio COSA facciamo quando accettiamo di gestire progetti di cura e di accoglienza e COME lo facciamo”, afferma Rondine. E’ con questa consapevolezza che si sviluppa Kairos. “Abbiamo posto, in primo luogo a noi stessi, alcuni interrogativi che ci sembra possono guidarci nel lavoro imprescindibile di comprensione e di valutazione del nostro operare ‘sul campo’”. E’ infatti dagli interrogativi, dalle domande, dal non dare per scontato, che si può aggiustare il tiro, calibrare meglio il proprio lavoro. Così nasce questa pubblicazione, che prende spunto da una riflessione interna alla cooperativa, poi allargata a un confronto cittadino organizzato nel 2013 con la rete che presiede all’assistenza ed alla cura dei richiedenti e titolari di protezione internazionale. Un incontro per discutere e condividere le metodologie degli interventi. Dopo il confronto, l’esigenza è quella dell’analisi, dell’elaborazione e della lettura critica “di quel che quotidianamente facciamo nei nostri servizi”: quindi la pubblicazione, che raccoglie “alcuni interventi dei relatori, oltre agli scritti di altri colleghi e compagni di viaggio”.

Una pubblicazione che si rivolge a chi lavora nel campo dell’immigrazione, e nello specifico della protezione internazionale, ma che in realtà riguarda tutti noi: perché per capire la realtà in cui viviamo, prima bisogna porsi qualche interrogativo.

 

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