L'INTERVISTA CASA FAMIGLIA: A CHE SERVE, COME FUNZIONA

Le piccole "palestre" del sociale

Ne parliamo con lo psicologo e psicoterapeuta Giuseppe De Vitis

di Fidalma Filippelli

 

Cos’è una casa famiglia per chi la abita e per chi ci lavora? Ne parliamo con il dottor Giuseppe De Vitis, psicologo e psicoterapeuta, vero e proprio specialista del settore. Responsabile d’area nell’Asl Rmc per la Cooperativa Sociale “Aelle il Punto”, De Vitis ci spiega il funzionamento e gli obiettivi di quelle che definisce “piccole palestre del sociale” per gruppi di persone con disagio mentale, che al loro arrivo in casa famiglia sono depositarie di storie individuali slegate ed estranee l’una all’altra e che hanno la possibilità di scrivere una storia comune di gruppo.

 

Dottor De Vitis, come nasce una casa famiglia?

Una casa-famiglia rappresenta l’opportunità, per il paziente psichiatrico proveniente da una comunità terapeutica, di sperimentare una modalità di vita condivisa con altri pazienti, al di fuori dell’istituzione. Mi spiego: il Centro di Salute Mentale (Csm), la cui nascita risale alla chiusura dei manicomi sulla base del principio che le persone vanno curate nel luogo di appartenenza, è il principale attore perché segue il paziente fin dall’esordio della malattia. E può decidere, dopo un percorso in comunità, di destinarlo alla residenzialità esterna di una casa famiglia e quindi al livello di autonomia più avanzato ipotizzabile per una persona con disagio mentale grave. Il paziente continua a fare riferimento al Csm, ma ha una casa alla quale tornare dopo l’attività dei centri diurni e nella quale mettere in gioco attitudini, desideri e bisogni in misura progressivamente più evoluta. In una casa famiglia è tutto da inventare, a partire dalla gestione delle faccende domestiche di base, per il semplice motivo che tre o quattro persone con disagio mentale importante e, di fatto, estranee tra loro, si ritrovano a condividere spazi e tempi dell’abitare.

 

Come viene gestita l’inevitabile conflittualità?

La conflittualità è connaturata con lo status di estranei dei componenti della casa famiglia, che convivono pur non condividendo una storia comune. Il ruolo dell’operatore è, da questo punto di vista, fondamentale, perché vi attiene, tra le altre, la funzione di ridefinire e valorizzare, costantemente e puntualmente, la positività dello stare insieme. L’operatore, i cui turni si avvicendano a rotazione con quelli dei colleghi, accompagna i pazienti nella quotidianità e rinsalda la loro appartenenza ad un progetto condiviso. Progetto rispetto al quale i pazienti mettono attivamente in campo la loro condivisione e la loro capacità di negoziazione su regole e permessi. L’operatore svolge una funzione di modeling strategica sia all’interno della casa, dove integra i progetti di vita dei pazienti, sia al di fuori di essa, dove si fa cerniera e confine col mondo esterno.

 

Soffermiamoci sul rapporto tra una casa famiglia ed il territorio, che mi pare essere vitale e fortemente connotativo dell’operato del privato sociale.

Bisogna fare una premessa necessaria sull’obiettivo primario della struttura casa famiglia, che è la promozione dell’autonomia della persona nello svolgimento delle funzioni connesse alla cura di sé sia nel contesto abitativo che in quello territoriale e sociale, attraverso il recupero di una soddisfacente vita di relazione. Si legano a questo obiettivo quelli, altrettanto prioritari, della prevenzione della cronicità, per mezzo del rientro del paziente in un tempo sociale maggiormente condiviso, nonché della storicizzazione della crisi e del rinforzo della capacità della persona di utilizzare le proprie risorse e connettersi col tessuto sociale. La casa famiglia è inserita in un condominio, il condominio in un isolato, l’isolato in un quartiere con i suoi punti di riferimento, il quartiere fa parte a sua volta di un tessuto più vasto comprendente i servizi e le agenzie territoriali. Gli operatori che oltrepassano la soglia della struttura e vanno in giro con il paziente sostenendolo, si trovano ad operare sotto il cielo, in quelli che sono i nuovi setting della cura: mezzi pubblici, giardini, bar, ristoranti, musei, aeroporti, grandi magazzini. Sono le frontiere verso cui gli operatori del privato sociale tendono i propri sforzi già da qualche decennio e che richiedono la capacità di affrontare e gestire le crisi laddove si verificano.

 

Se l’operatore aiuta il paziente a costruire una rete di relazioni sostenibile a vari livelli di sofferenza, le crisi possono essere gestite dal territorio, che attraverso l’operatore-interprete fa esperienza dell’alterità come componente della quotidianità e delle crisi come momenti superabili senza un ricorso automatico all’ospedalizzazione. Si raggiunge, per questa via, l’obiettivo strategico della prevenzione dell’istituzionalizzazione, ovvero della prevenzione dei costosissimi ricoveri negli Spdc (Servizi psichiatrici di diagnosi e cura ndr). Le équipe di operatori che lavorano nelle case famiglia operano di fatto una fortissima inclusione sociale attraverso l’inserimento ed il supporto del paziente sul territorio e svolgono una funzione di tenuta del tessuto sociale sia rispetto ai pregiudizi della gente che rispetto alle crisi dei pazienti; queste ultime, se non gestite adeguatamente, potrebbero innescare circuiti di allarme sociale con conseguenze neo-custodialistiche. Il risparmio, dunque, non consiste solo nell’evitare il ricovero in SPDC, ma anche nell’accogliere la sfida che persone affette da grave disagio mentale possano vivere come liberi cittadini, con il supporto di un’assistenza dai costi decisamente inferiori a quelli delle cliniche private. Gli operatori che oltrepassano l’uscio della casa famiglia si espongono consapevolmente al rischio di crisi dei pazienti ed affidano la risoluzione della crisi al mondo delle relazioni vitali non precostituite bensì spontanee. E’ inevitabile che l’imprevisto ed il non garantito della vita si presentino al di fuori delle mura domestiche; il paziente potrà rispondervi con vissuti ed agiti critici che, se gestiti adeguatamente, diventano apprendimento per il futuro. L’operatore non opera per rinchiudere la crisi né per negarla, ma per accettarla e renderla accessibile all’elaborazione sia per il paziente che per la comunità territoriale.

 

 

Articolo tratto da l'Altro quotidiano

 

 

 
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